recensione a cura di Anna Anolfo

Questo libro è un diario personale scritto come forma terapeutica da Suad Amiry, scrittrice palestinese, durante l’occupazione israeliana di Ramallah dove l’attualità politica si intreccia con i mille problemi quotidiani. Durante i lunghi periodi di coprifuoco gli israeliani concedevano tre ore di sospensione: tre ore nelle quali la gente di Ramallah combatte guerre per avere pane, acqua e viveri nei supermercati della città. Solo tre ore per la spesa, per visitare i parenti bloccati in altri quartieri, per andare negli ospedali a cercare gli amici e parenti scomparsi o per riconoscere i loro cadaveri. Una vita scandita dal rumore dei carri armati, degli spari, dai mille permessi necessari per muoversi anche per pochi chilometri attraverso i checkpoint. A tutto questo si aggiunge una suocera novantaduenne invadente e petulante. La Amiry usa l’arma dell’ironia per sopravvivere a tutto questo. Ironia che le le farà scrivere ““Forse un giorno riuscirò a perdonarvi di averci tenuti sotto coprifuoco per trentaquattro giorni consecutivi, ma non riuscirò mai a mandare giù che ci abbiate costretti a vivere con mia suocera per quelli che, allora, ci sono sembrati trentaquattro anni”.

Libro malinconico da cui emerge la straordinaria forza d’animo dell’autrice che, attraverso l’ironia, sogna un futuro migliore per il suo popolo. Come ha scritto C. De Gregorio “Vale dieci saggi sul Medio Oriente”.