Sergio Atzeni

Sempre più spesso assistiamo al fenomeno del giovane sardo costretto a immaginare il proprio futuro lontano dalla sua isola, poiché qui la realizzazione lavorativa è in contrasto con la mancanza di sbocchi occupazionali. Così, ogni anno, quasi settemila giovani sardi fuggono dalla loro terra natia per avere la possibilità di costruire una vita in base alle proprie passioni e prospettive.

Allo stesso tempo l’abbandono della Sardegna non è così semplice come possa sembrare, anzi getta chi parte in balia di un eterno conflitto tra cosa si lascia e cosa si guadagna; ciò che si lascia persiste nella memoria attraverso la nostalgia di un microcosmo ideale, protetto da mari lucenti e sorretto da folti boschi e macchie mediterranee. Ciò che si guadagna, il futuro dunque, appare incerto e vago, diventa spaventoso poiché sembra non poter coincidere con l’equilibrato piccolo mondo idilliaco, ma al contempo limitato, che è la Sardegna.

Questa immensa libertà di venti caldi e acque salate, negata con l’avanzare inesorabile del futuro, portano il sardo ad amare e odiare al contempo la propria patria, che ora guarda con occhio quasi ostile all’insieme di antichissime tradizioni e sensibilità cui si è aggrappato fin da bambino.

Se è vero che per ogni dolore esiste una cura, per ogni tormento dell’anima esiste un libro, e in questo caso Il quinto passo è l’addio” di Sergio Atzeni ripropone questo argomento tanto caro e odiato dai sardi, e più in generale da coloro che scappano dal proprio luogo d’origine per mancanza di un’occupazione. Il romanzo, edito da Mondadori nel 1995, è la descrizione di un viaggio in nave di sola andata per una meta sconosciuta, che sancisce l’abbandono definitivo della Sardegna da parte del protagonista Ruggero Gunale. Nonostante l’anno di pubblicazione, Ruggero Gunale riesce a essere straordinariamente moderno, incarnando la figura del giovane contemporaneo, borderline e anima inquieta, costretto a lasciare un’isola troppo stretta per le ambizioni di un ragazzo. Egli è condannato a soffrire per il distaccamento dall’isola madre indotto dalla società, a detestare quasi il suo vincolo di forti e profonde radici, ma inevitabilmente a sentirsi inadatto ed estraneo oltremare, quasi straniero nel mondo. Questo odi et amo è espresso in modo suggestivo nella continua alternanza tra visione e realtà, su cui si erge tutto il romanzo: abile meccanismo di numerosi flashback della sua quotidianità in Sardegna velati da una critica cinica e nostalgica, contrapposti a crudi e amari ritorni alla realtà.

Con un respiro narrativo singolare, ricco di vivide descrizioni e costruito su un fluido quasi musicale, Sergio Atzeni riesce a dare all’isola un’immagine di madre che tutto dà e tutto toglie, una madre dura e protettrice con cui è difficile tagliare il cordone ombelicale quando inizia a limitare la realizzazione personale. “Il quinto passo è l’addio” è un lungo viaggio introspettivo, la contrapposizione di una forte identità collettiva che male sembra paragonarsi all’identità di qualsiasi altra società, il distacco di un ideale che continuerà a vivere in qualsiasi porto si approdi, lo smarrimento del sardo davanti a un mare che non sente suo.

Mi sento di consigliare questa lettura ai giovani, sardi e non, a coloro che si sentono persi e vulnerabili di fronte al cambiamento e alla nostalgia: le radici sarde vi sorreggeranno nel mondo, vi guideranno come la mano di una madre triste, ma fiera di ciò che state per conquistare.

 

Chi è Paola Diana

Laureata in lettere presso l’Università di Sassari. Fin da piccola nutre un vero e proprio amore per la letteratura e i libri. Vorrebbe perseguire la carriera editoriale e lavora duro per realizzare questo sogno. Ha un debole per l’arte e il mondo naturale, ecco perché aspira a viaggiare e poter vedere i più importanti musei e le più svariate riserve naturali della Terra.