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IL VINILE: NASCITA E RINASCITA

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IL VINILE: NASCITA E RINASCITA

Nella sua rotonda perfezione, il vinile rappresenta indubbiamente lo strumento più affascinante per l’ascolto della musica, sia per la bellezza dell’oggetto in sè, sia per la qualità del suono che è capace di riprodurre. Il disco in vinile è riconducibile ad un determinato periodo storico, quello degli anni Cinquanta e Sessanta, nel quale tale supporto ha visto raggiungere la sua massima gloria, con la pazza corsa nei negozi di musica di giovani ed appassionati per acciuffare l’ultima uscita dell’artista preferito.

In realtà, le origni del giradischi possono essere fatte risalire al 1853, quando uno stampatore parigino iniziò a collaudare una serie di incisioni destinate a illustrare un manuale di fisica. Nell’esaminare quelle illustrazioni Edouard-Leon Scott de Martinville si imbattè in un disegno anatomico dell’interno dell’orecchio umano ed iniziò a chiedersi se fosse possbile creare un dispositivo meccanico basato sul principio di funzionamento dell’orecchio, in grado di registrare i suoni.

Nel 1857 egli presentò il fonoautografo, ovvero una macchina pioneristica che usava una specie di tromba per raccogliere il suono che poi passava attraverso una membrana elastica collegata a uno stilo. La rudimentale puntina creava un’impressione su carta o vetro anneriti con il fumo, registrando effettivamente il suono come forma di onda visiva. Nel 2008 gli scienziati hanno trasformato le incisioni in onde sonore di Scott de Martinville in suoni reali, da cui uscì la voce dell’autore che cantava per venti secondi la canzone popolare francese “Au claire de la lune”.

Successivamente, grandi menti, a partire da quella di Thomas Edison, si dedicarono al perfezionamento di un macchinario per la registrazione e riproduzione dei suoni, fino a che nel 1887 Emile Berliner brevettò il grammofono. Da quel momento si è assistito ad una crescente ascesa dell’industria discografica, mentre dopo la fine della seconda guerra mondiale le etichette discografiche e i produttori di hardware raddoppiarono i loro sforzi per ottenere un prodotto meccanico di successo.

Nel 1955 la Phico introdusse la serie di fonografi a transistor, ovvero dei giradischi portatili alimentati a batteria e dal costo accessibile per le famiglie e i ragazzi. In tal modo, anche la muscia pop ha iniziato ad diventare sempre più interessante ed ha acquisito sempre maggiore importanza all’interno della vita quotidiana. L’esplosione contemporanea dei grandi artisti dell’epoca ha infine creato tutto quel mondo discografico e musicale che con la sua evoluzione è arrivato fino ai giorni nostri.

Senz’altro, col tempo, l’avvento di nuove tecnologie, molto più comode da utilizzare per i costi notevolmente inferiori e le dimensioni ridotte degli apparecchi, hanno soppiantato lentamente il giradischi ed i cari 33 giri, che spesso sono diventati meri pezzi da arredamento lasciati mestamente a prendere polvere su qualche mobile o angoliera.

In particolare la diffusione di Internet ha completamente stravolto l’intero mercato musicale, e le collezioni di dischi sono diventate degli archivi elettronici dalle dimensioni sterminate stippati negli hard disk dei nostri computer.

In effetti, da un lato questa evoluzione tecnologica ha permesso di avere accesso alla musica costantemente, stando tranquillamente seduti a casa o camminando per strada con lo smartphone, dall’altro ha tolto il gusto di andare alla ricerca della musica che vogliamo davvero ascoltare e la conseguente possibilità di avere una collezione tangibile, magari ristretta ma molto intima e personale, non solo quindi un enorme magazzino di gigabyte che resta al contrario impalpabile e meno soddisfacente da possedere e far suonare.

Forse è anche per questo motivo che negli ultimi tempi si sta assisentendo ad una graduale rinascita del vinile, grazie al riaccendersi dell’interesse per la musica da collezionare e da poter ascoltare nuovamente con impianti di qualità ed esteticamente godibili.

Come testo consigliato, dal quale ci siamo ispirati per questa riflessione, suggeriamo “Il manuale del vinile“, di Matt Anniss e Patrick Fuller, Edizioni LSWR.

manuale del vinile

Il volume, oltre a ripercorrere nei dettagli tutte le vicende storiche, le numerose e divertenti curiosità legate al vinile, è suddiviso per approfondimenti tematici e spiegazioni tecniche. In particolare, come riscontrabile dall’indice al suo interno, il libro è composto da sei capitoli: il giradischi; ampli, diffusori e mixer; la sorgente sonora; la cultura del vinile; tecnica del vinile; la risorsa vinile. Infine, un’appendice dal titolo “per saperne di più”.

 

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Suggerimenti per la lettura: Javier Cercas

Javier Cercas

Suggerimenti per la lettura: Javier Cercas

 

Tra le numerose segnalazioni pervenuteci dai nostri lettori, abbiamo deciso di dedicare un approfondimento ad un autore in particolare, per poter condividere qualche consiglio utile alle vostre prossime letture.
L’autore che oggi abbiamo deciso di trattare è Javier Cercas, scrittore e saggista spagnolo nato  nel 1962 a Ibahernando, nel cuore della provincia di Cáceres. IbahernandoNel 1966, all’età di quattro anni, si trasferisce con la famiglia a Girona, città catalana che sorge sulle sponde del fiume Onyar. In questa città egli compie gli studi e fino all’età di quindici anni torna tutte le estati al paese di origine, conservando con i luoghi natii un rapporto strettissimo e tuttora molto forte.
Nel corso dell’adolescenza comincia ad interessarsi alla letteratura, al cinema, ed è solito consumare droghe leggere. Alcuni membri della sua famiglia, incluso suo padre, erano falangisti, ovvero appoggiavano la Falange Española de las J.O.N.S., un movimento politico di ispirazione fascista fondato nel 1933 da José Antonio Primo de Rivera e successivamente controllato da Francisco Franco a partire dal 1939. Cercas, però, inizia a farsi una propria opinione sulla guerra civile spagnola leggendo molto riguardo all’argomento e distaccandosi dalle visioni politiche familiari.
javier-cercas-01-1-190402_lNel 1985 si laurea in Filologia ispanica all’Università Autonoma di Barcellona, ed in seguito prende il dottorato nella stessa disciplina all’Università di Barcellona. Per due anni lavora anche presso l’Università dell’Illinois, nel Midwest degli Stati Uniti d’America. Proprio qui scrive il suo primo romanzo e dal 1989 inizia a lavorare come professore di letteratura spagnola all’Università di Girona. Al contempo scrive articoli e recensioni per alcuni periodici e diventa un collaboratore abituale dell’edizione catalana di El País.
Dopo aver vissuto molti anni a Barcellona, Cercas torna a Girona con sua moglie e suo figlio nel 1999. girona 3Fino al 2000, Javier Cercas resta però un autore poco conosciuto. Questo si desume anche dal fatto che in un’antologia degli autori spagnoli più importanti pubblicata quell’anno, intitolata Páginas amarillas, il suo nome non era presente all’interno di una lista che comprendeva invece molti scrittori della sua generazione. Nonostante ciò, un suo amico, il rinomato scrittore cileno Roberto Bolaño, riconosce in lui un talento fuori dal comune e lo esorta a continuare a scrivere.
La tenacia e la passione per la scrittura premia Cercas: nel 2001 pubblica il romanzo Soldados de Salamina, che fa di lui uno scrittore universalmente riconosciuto ricevendo critiche eccellenti da autori del calibro di Mario Vargas Llosa, John Maxwell Coetzee, Doris Lessing, Susan Sontag e George Steiner. A partire da questo romanzo le sue opere sono state tradotte in più di venti paesi ed in più di trenta lingue, e dal libro è stata anche tratta una versione cinematografica diretta dal regista spagnolo David Trueba.
javiercercas3Inoltre, le numerose vendite di questo romanzo gli permettono di dedicarsi esclusivamente all’attività di scrittore, lasciando così l’incarico di professore universitario. Il suo romanzo seguente, La velocità della luce, pubblicato nel 2005, lo rivaluta ulteriormente, ed oltre ad essere considerato il romanzo dell’anno da El País ottiene vari premi letterari. Nelle sue opere successive, Anatomía di un istante (2009), Le leggi della frontiera (2012), L’impostore (2014) e Il re delle ombre (2017), Cercas ha mantenuto un forte interesse per i temi storici della guerra civile spagnola e della transizione spagnola successiva alla fine del Franchismo.
Javier CercasVogliamo porre l’attenzione proprio sugli ultimi due libri nominati, dal momento che si tratta di due romanzi piuttosto recenti. Il primo in esame, L’impostore, è un romanzo che trae ispirazione da una storia vera in cui il tema principale è la finzione. Tale finzione non è però opera della fantasia dell’autore, ma è perpetrata dallo stesso protagonista della storia. Questi è Enric Marco, un novantenne signore di Barcellona militante antifranchista, segretario del sindacato anarchico negli anni Settanta, in seguito presidente dell’associazione spagnola dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazista e insignito di riconoscimenti per il coraggio dimostrato e la testimonianza degli orrori del lager. In realtà, egli è un impostore. La sua menzogna è stata smascherata pubblicamente nel 2005, poiché è emerso da un’indagine storica che Enric Marco non è mai stato internato in un campo di concentramento e la sua vita è un intreccio di falsi racconti, a partire dalla partecipazione alla guerra civile spagnola fino alla sua militanza antifranchista.
Il secondo libro in esame è Il sovrano delle ombre, pubblicato nel 2017. Al centro del romanzo è posta la vita di Manuel Mena, un ragazzo che nel 1936, all’inizio della guerra civile, si arruola con l’esercito di Franco e muore due anni dopo nella battaglia dell’Ebro. Quel ragazzo, che agli occhi di tutti aveva combattuto per una causa ingiusta, era il prozio di Cercas. Anche in questo caso, l’autore compie un lavoro accurato per separare il vero dalla menzogna nell’inestricabile impasto della storia e per scoprire che le radici di ognuno sono inseparabili da quelle dei propri avi, per quanto il passato possa essere stato denso di ombre, dolore e vergogna. L’indagine personale di Cercas diventa così anche quella collettiva, in un romanzo sulla guerra che si pone profondamente contrario alla guerra e tenta di dare la risposta alle domande sollevate dall’autore nella prima opera di successo, Soldati di Salamina.
Come si può vedere, in generale la sua opera è principalmente narrativa, e si caratterizza per la mescolanza di vari generi letterari, l’uso del cosiddetto romanzo non-fiction e l’unione di cronaca e saggio con la finzione. Javier_Cercas 2I temi centrali della sua narrativa sono improntati sulla natura misteriosa e ricca di sfumature che caratterizza l’eroe, la rivalutazione dei personaggi da una luce positiva al loro lato oscuro e viceversa, l’ambiguità della ricostruzione storica e la difficoltà ad accettare il proprio passato soprattutto quando si presenta scomodo e disonorevole.
I romanzi e le cronache di Cercas sono soliti possedere un forte contenuto politico, per il quale può essere definito un autore di tendenze di sinistra, sebbene fortemente critico dello stato attuale della sinistra nel suo paese. È inoltre un fervente oppositore della dittatura di Francisco Franco, e proprio per questo ha polemizzato con vari intellettuali, giornalisti e politici, riguardo alle responsabilità durante la guerra civile spagnola, la dittatura di Franco e la transizione spagnola.
javier_Cercas 4Cercas ha vissuto per quasi tutta la sua vita in Catalogna, però si considera per sua stessa ammissione un “abitante dell’Estremadura catalanizzato o un catalano che non riesce a smettere di essere dell’Estremadura (o al contrario)”. In Catalogna esiste un forte nazionalismo, che a volte porta con sé il desiderio di rendersi indipendente dalla Spagna. Cercas rifugge il nazionalismo in generale, poiché lo considera un mero fatto passionale a differenza dell’indipendentismo, che è invece un tema politico. Questo antinazionalismo gli ha provocato dispute con altri scrittori e storici catalani, come Joan B. Culla, e lo ha portato a criticare apertamente i manifestanti nazionalisti simpatizzanti per l’ETA. Inoltre, si è mostrato favorevole ad un’Europa federale o confederata. Infine, Cercas si dichiara ateo ed anticlericale ma è molto interessato alla politica del Vaticano.

 

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Wish You Were Here, la storia

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Wish You Were Here, la storia

“Ci dispiace Syd, le parti di chitarra sono già state completate”

 

Il 13 settembre 1975 viene pubblicato Wish you were here, il nono album dei Pink Floyd. La storia che accompagna l’uscita del nuovo lavoro è piuttosto interessante, dal momento che rappresenta un passaggio di ulteriore evoluzione della band britannica ed è ricco di nuovi concetti da sondare.
I Pink Floyd del periodo attraversano infatti una situazione particolare: da un lato, sono reduci dall’enorme successo mondiale ottenuto nel 1973 con The dark side of the moon; dall’altro, si trovano ad affrontare la problematica legata a Syd Barrett, che nel 1974 tenta per l’ultima volta di rientrare in studio di registrazione con esiti penosi, apparendo ormai completamente slegato dalla realtà comune.
Inoltre, lo stress accumulato con i lunghi ed estenuanti tour amplifica la tensione all’interno del gruppo logorando anche i rapporti tra i membri. Roger Waters inizia ad essere particolarmente nervoso ed irascibile nei confronti del pubblico, mentre David Gilmour descrive il periodo come estremamente confuso per l’assenza di nuovi stimoli dopo il raggiungimento della fama.
In sostanza, prende strada una riflessione sul senso di vuoto e mancanza di significato nella condizione umana che ispira un altro capolavoro. Wish you were here nasce così dalla sensazione di smarrimento nel non sapere più dove si sta andando, ma anche dall’ancora più forte necessità di amore che si fa spazio in quello stato di tormento e solitudine.
L’album è stato registrato a Londra negli studi di Abbey Road e contiene cinque tracce per 44 minuti di musica, con molte parti strumentali. Pink Floyd recording Wish You Were Here at Abbey Road 1975 by JFIl primo pezzo è Shine on you crazy diamond. “Continua a splendere diamante pazzo” è l’augurio rivolto dalla band a Syd Barrett, a cui il pezzo è stato dedicato. Barrett, infatti, era ormai lanciato in un viaggio verso il nulla, la sua mente si era irreparabilmente allontanata dal mondo reale e di lui non rimaneva che un signore con occhi senza luce. A questo proposito, uno degli avvenimenti più famosi occorsi durante le sedute di registrazione dell’album ha luogo il 5 giugno 1975: la band stava completando il missaggio finale di Shine on you crazy diamond, quando un uomo visibilmente sovrappeso, con la testa e le sopracciglia completamente rasate a zero e con in mano una busta di plastica della spesa, entra nella stanza. Waters, Wright e Gilmour inizialmente non lo riconoscono, ma presto si rendono conto che si tratta proprio di Syd Barrett.
sydAlla vista dell’ex compagno di band in quelle condizioni Waters scoppia in lacrime. Durante l’incontro Syd Barrett dichiara di essere pronto a dare il proprio contributo al disco suonando delle parti di chitarra, ma quando ascolta il mix di Shine on you crazy diamond non si mostra entusiasta, definendolo un pezzo “un po’ datato”. Secondo la testimonianza di Wright, una volta che Gilmour aveva completato la registrazione, Barrett si era alzato dalla sedia chiedendo quando avrebbe registrato la sua parte di chitarra. Ma la risposta della band è stata: “Ci dispiace Syd, le parti di chitarra sono già state completate”.
Poco tempo dopo, mentre presenzia al ricevimento nuziale di David Gilmour, Syd Barrett se ne va senza salutare, e nessuno dei membri del gruppo lo avrebbe mai più rivisto. Era chiaro che senza di lui probabilmente la band non sarebbe mai nata, ma con lui non avrebbe nemmeno potuto continuare a causa dei suoi problemi mentali sorti per l’abuso di droghe, in particolare LSD.
I pezzi seguenti dell’album sono Welcome to the Machine e Have a cigar. Questi rappresentano attacchi al mondo del music business e più in generale alla società industrializzata, e la loro tematica ben si sposa anche con il testo di Shine on you crazy diamond, così da fornire un adeguato accompagnamento alla storia dell’ascesa e declino di Barrett.
In Welcome to the Machine, “The Machine”, cioè “La Macchina”, è l’industria musicale rappresentata dalle avide majors discografiche che per sopravvivere si nutrono dei talenti di cantanti e gruppi emergenti. Il testo descrive infatti il dialogo che avviene tra un discografico arrogante ed un giovane cantante. Il manager discografico decide il destino del cantante, seguendo esclusivamente il criterio dell’assoluta esigenza di far soldi a scapito della qualità e della passione. Un’aspra critica è rivolta anche al mondo del giornalismo musicale.
Il tema viene poi ripreso in Have a cigar, nonostante dal punto di vista musicale le due canzoni si discostino notevolemente. Viene infatti descritto un discografico che, con il sigaro in bocca, promette successo e ricchezza imponendo al gruppo la realizzazione di un album e del successivo tour. È in realtà la descrizione dell’esperienza avuta dai Pink Floyd al momento della conclusione del primo contratto discografico con la EMI. Have a Cigar non ha un finale vero e proprio: all’improvviso il suono si riduce ad un volume bassissimo e con scarsa qualità audio. A questo punto si percepisce il rumore di una persona che entra in una stanza e che cambia la sintonizzazione della radio.
Qui inizia Wish you were here. L’album, infine, si chiude con il reprise di Shine on you crazy diamond.

La copertina dell’album e la sua confezione, elaborate dal fotografo e designer Storm Thorgerson, sono piuttosto sofisticate al fine di dare più forza alle tematiche di fondo del concept album che sono l’assenza e l’alienazione. youL’immagine frontale rappresenta due uomini in giacca e cravatta che si stringono la mano, mentre uno dei due brucia: la scena simboleggia quelle persone che preferiscono rinchiudersi nei propri sentimenti per paura di aprirsi agli altri e restarne scottati. La foto è stata immortalata a Los Angeles negli studi della Warner Bros, e nei primi tentativi di scatto il vento soffiava in direzione contraria tanto che il fuoco aveva lambito il volto e bruciato i baffi dello stuntman in fiamme.
wereIl retro di copertina mostra un rappresentante commerciale senza volto denominato “Floyd Salesman”, che, nelle parole di Thorgerson, “vende la propria anima nel deserto”. Le foto presenti all’interno dell’LP, invece, mostrano un velo ondeggiante in un ventoso boschetto del Norfolk e un nuotatore che si tuffa in un lago senza provocare il minimo movimento nell’acqua.
wishCome ultima mossa si decise di ricoprire l’album con un involucro nero opaco per suscitare una sensazione di freddezza, lontananza e distacco. Il simbolo stampato sulla confezione della busta è una stretta di mano tra due arti robotici che rappresenta l’ipocrisia dei gesti nel mercato della musica. Sullo sfondo dell’immagine appare la presenza dei quattro elementi costitutivi, ovvero fuoco, terra, aria e acqua.
Tutto ciò fa di Wish you were here un disco intriso di contenuti e significati, nonostante l’argomento portante sia proprio la mancanza di senso nella vita. I Pink Floyd descrivono un uomo alienato in un mondo ingiusto, in cui il peso delle iniquità e dei paradossi sociali allontana l’individuo dalla razionalità e dai suoi ideali. Ma è anche vero che proprio quei momenti di disorientamento ci fanno desiderare che qualcuno sia lì con noi per sentirci meglio.
Per cogliere ulteriori sfumature è sempre consigliabile leggere i testi e, senza dubbio, vale la pena spendere un po’ di tempo su questo disco che oltre alla musica restituisce agli ascoltatori idee e nuovi spunti di riflessione.

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1968-2018, dai Beatles a Ed Sheeran

1968-2018, dai Beatles a Ed Sheeran evidenza nuova

 

1968-2018, dai Beatles a Ed Sheeran

Cosa è cambiato in cinquanta anni di musica

Il 2018, ennesimo anno del nuovo millennio, celebra i cento anni di anniversario dalla fine della prima guerra mondiale, ma anche i cinquanta anni che ci separano dal 1968. Più che per un evento in particolare, il 1968 rappresenta una data simbolica per quello che ha rappresentato culturalmente all’interno di un secolo estremamente vario e ricco di trasformazioni quale è stato il Novecento.

Il decennio degli anni Sessanta, tra le altre cose, è stato infatti la culla di una rivoluzione culturale che ha attraversato trasversalmente l’intero pianeta ed ha raggiunto proprio nel 1968 uno dei sui momenti più significativi. La ricerca di nuove libertà e diritti, unita a messaggi di amore e tolleranza, ribellione e lotta al potere, era alla base della rinnovata visione dell’uomo e della società proposta dalle nuove generazioni dell’epoca. BEATLES

A questo proposito, è importante dire che tale corrente intellettuale non era isolata alla gente comune, ma si fondeva con l’esempio di personaggi divenuti simbolo dell’umanità e guida nell’affermazione di idee innovative a livello sociale. A testimonianza di quel periodo che ha lasciato un segno indelebile nella storia, restano così incise canzoni, libri, dipinti, fotografie e discorsi politici memorabili.

In quel contesto di fervore culturale e mutamento dell’immaginario comune, l’arte nelle sue varie forme possedeva infatti una certa potenza comunicativa. Nello specifico del campo della musica, i cantanti e i  musicisti avevano un ruolo chiave nell’alimentare la portata di certi messaggi e nel far pulsare gli ideali giovanili del tempo. Ecco che gli anni Sessanta hanno visto all’opera gruppi e solisti come Beatles, Doors, Pink Floyd, Beach Boys, Rolling Stones, Jimi Hendrix, Bob Dylan, solo per citare alcuni dei più famosi. Di questi artisti e dei loro lavori si è parlato in abbondanza e tutt’ora continuano ad influenzare gli appassionati. DYLAN

In sostanza, il mercato musicale era contrassegnato da voglia di sperimentare, ricerca di nuove sonorità, bisogno di trattare al pubblico tematiche sensibili che riguardavano l’uomo sia come individuo, sia nella sua collettività. Tutti questi aspetti si sono mantenuti vivi nei decenni successivi, ma sono divenuti col tempo più flebili, fino a lasciare una traccia indecisa e abbastanza spenta ai giorni nostri.

Si può affermare che il grande mutamento avvenuto nel mercato musicale moderno è dovuto principalmente all’innovazione del metodo di diffusione della musica, che ha poi condizionato anche la produzione, la creatività artistica ed i contenuti delle canzoni. PINK FLOYDLa musica del nuovo secolo, infatti, è stata profondamente influenzata dalla rivoluzione digitale e dall’affermazione di Internet e dell’MP3. Tale cambiamento ha comportato il declino del materiale tradizionale per la riproduzione della musica, rappresentato prima dal vinile negli anni ‘70, poi dalla musicassetta negli anni ’80 ed infine dal Compact Disk negli anni ‘90. Se prima il successo di una band o di un cantautore era determinato dalla quantità di dischi venduti, oggi viene calcolato ad esempio in base al numero di visualizzazioni dei loro videoclip su Youtube.

La rivoluzione digitale e l’avvento di Internet e dell’elettronica ha travolto quindi il mercato discografico, facendo diventare molto più comoda ed economica la possibilità di procurarsi la musica preferita da ascoltare o le ultime uscite. Il calo delle vendite dei CD non deve comunque trarre in inganno, perché in realtà la musica viene consumata ancor più di prima. La musica è dovunque: nelle radio, nelle televisioni, sia quelle musicali sia quelle tradizionali, e nella pubblicità. E poi nei supermercati, negli ascensori, nei negozi, nelle automobili, creando una sorta di colonna sonora costante che spesso diventa semplice rumore di fondo. ED SHEERAN

In tal modo, la musica perde valore e si trasforma in prodotto da catena di montaggio, con gruppi musicali pressoché tutti uguali, boy bands prodotte a tavolino con squadra e compasso per attirare gli adolescenti come mosche. Vendendo sempre meno dischi, infatti, l’industria musicale si è dovuta difendere, e ha iniziato a salvaguardare i propri bilanci puntando su altri elementi, come gadget, diritti radiofonici e televisivi, concerti. Il mercato discografico ha quindi concentrato il suo impegno su prodotti “usa e getta”, modellando una serie di gruppi e solisti in grado di entrare a far parte dell’immaginario dei ragazzi più per la bellezza fisica o per l’abbigliamento bizzarro che non per le doti musicali. BIEBER

Nella prospettiva della grande massa, poco incline ad una ricerca artistica approfondita, la musica in realtà è diventata secondaria, non necessariamente la parte più importante dell’insieme: l’immagine da esibire ha quasi superato la personalità, i gesti e le mosse da palcoscenico hanno oscurato l’essenza musicale più pura. Tra l’altro, anche l’espressione artistica attraverso l’immagine proposta dalle band ha subìto una sostanziale trasformazione rispetto al passato, passando da forma di libertà quasi sacra all’essere mera cura del look esasperata.

Il risultato di questo processo di standardizzazione nella produzione discografica, caratterizzata da poco incentivo dato all’originalità e dalla soppressione della creatività più genuina, può essere ricondotto anche alla manifestazione di contenuti piuttosto superficiali e tematiche scientemente votate più a scandalizzare che a suscitare interesse, mentre la potenza del messaggio è stata messa al servizio della voce di coloro in cerca di successo facile.

La faccia italiana della situazione internazionale non fa eccezione a questa tendenza ed il salto generazionale è ben evidente, con l’apparizione di un’ondata di rappers molto fumosi ma di poca sostanza, bellocci e bamboline varie. Il tutto condito da prodotti musicali che in questa fase non durano più di pochi giorni o un mese, prima di venire fagocitati e digeriti a ruota dalla nuova meteora di turno. SFERA

Attenzione, non si vuole ovviamente nascondere che esistono delle eccezioni, c’è chi sta fuori dal coro e si discosta notevolmente dalla rotta principale, ma per trovarlo e apprezzarlo spesso bisogna spesso utilizzare dei canali che la maggior parte della gente comune conosce poco o di cui ignora totalmente l’esistenza. Tale analisi riguarda infatti nello specifico la musica con cui veniamo bombardati dai classici mezzi di informazione, ovvero principalmente la televisione e la radio.

In conclusione, ben coscienti che la disamina proposta rappresenta solo una panoramica di fondo del variegato mondo della discografia e che ognuno dei temi accennati meriterebbe un approfondimento maggiore, risulta chiaro come la musica sia diventata fondamentalmente un prodotto da vendere e abbia perso gran parte del suo spirito originale, dal momento che gli artisti devono generalmente sottostare alle dinamiche predeterminate dal mercato e che, tra l’altro, alcuni di essi in questo mare ci sguazzano benissimo.13063_02

Se l’arte è lo specchio che riflette il periodo storico di una società e ne rappresenta il fulcro dell’espressione, appare evidente la necessità di riappropriarsi di nuovi contenuti, per poter dialogare e riflettere più sulla musica in senso tecnico e comunicativo, e non solo sul suo contorno colorato ma piuttosto vuoto.

In attesa di approfondire meglio alcuni dei punti proposti, suggeriamo qualche riferimento bibliografico sull’argomento.

  • Dal vinile a Internet: economia della musica tra tecnologia e diritti d’autore, a cura di Silva, G. Ramello, Torino 1999.
  • Dall’analogico al digitale: dal nastro magnetico all’MP3… quando la musica ha rinunciato al tempo, Soldati, Roma 2004.
  • Popular music. Dinamiche della musica leggera dalla comunicazione di massa alla rivoluzione digitale, Viscardi, Napoli 2004.